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Marilyn Manson - 07/06/2005 - Milano - Mazda Palace
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Marilyn Manson - Portrait Of An American Family
L’acido intro affidato a Prelude (The Family Trip) dà inizio al personalissimo ritratto di una famiglia americana dipinto da Brian Warner ed i suoi Marilyn Manson. E’ il 1994 e la band, abbandonato da poco il più lungo pseudonimo di “Marilyn Manson & The Spooky Kids”, si affida totalmente all’esperienza del “guru” Trent Reznor per la realizzazione dell’album d’esordio. E l’apporto del leader dei Nine Inch Nails, qui alla produzione oltre che musicista in alcuni brani, si sente nitidamente in ogni traccia di Portrait Of An American Family, lavoro sporco e violento come solo Reznor sa fare. Ma è d’obbligo un accenno all’idea di fondo dell’album, frutto questa dell’innata capacità d’osservazione di Warner: Mr. Manson racconta della famiglia americana “tipo”, del perbenismo di essa, della progressiva disgregazione dei valori e più in generale del marcio che è ormai il substrato della società americana, con un occhio di riguardo per la condizione di bambini e teenager. Il “ritratto” comincia con una famiglia, probabilmente riunita in salotto, “finta” come quella di plastilina raffigurata sulla copertina dell’album; una voce si chiede “in quale direzione stiamo andando”, e non è difficile intuire che il soggetto della frase è la società moderna. “Fermate la barca!” intima la stessa voce, ma la barca è già salpata, e noi con lei. Quello che segue è un campionario di accuse degno del più arcigno dei leader politici, a cominciare da Cake And Sodomy, dove Manson sputa la sua rabbia sul bigottismo campagnolo caratteristico di larga fetta della popolazione statunitense, passando per quell’inno contro il bullismo dilagante nelle scuole americane che è Lunchbox (curioso l’episodio che dà il titolo al brano, ovvero il divieto di introdurre dentro le scuole cestini per il pranzo metallici). Le atmosfere cupe di Organ Grinder e Cyclops precedono il duo Dope Hat - Get Your Gunn, parte centrale dell’album e vero fulcro dello stesso: il primo è un brano “drogato”, non solo per il testo ma anche e soprattutto per l’acido strato sonoro messo in piedi dalle tastiere di Madonna Wayne Gacy, mentre il secondo è un attacco agli anti-abortisti, protagonisti della cronaca nazionale nel momento in cui Manson componeva il suo debut. L’album è uniforme nel suo incedere, e pezzi come Wrapped In Plastic (più “classico” il suo rock), Dogma, Sweet Tooth (eccezionali qui le modulazioni vocali di Manson) e Snake Eyes And Sissies rendono bene l’idea di cosa voglia dire un album d’esordio con gli attributi. La conclusione è affidata a due brani superbi come My Monkey (che contiene al suo interno versi del serial-killer Charles Manson) e Misery Machine, irriverente quanto basta per meritarsi la posizione di chiusura. Arrivati alla fine non si può non dare atto ai Marilyn Manson di aver pubblicato un debutto potente e viscerale, tanto per la genuinità dei testi quanto per quella sferzata rock-gothic-industrial difficile da affermare in una annata, il 1994, in cui gli U.S.A. sono ancora nell’occhio di quel ciclone chiamato grunge.

(1994, Nothing / Interscope)

01 Prelude (The family trip)
02 Cake and sodomy
03 Lunchbox
04 Organ grinder
05 Cyclops
06 Dope hat
07 Get your gunn
08 Wrapped in plastic
09 Dogma
10 Sweet tooth
11 Snake eyes and sissies
12 My monkey
13 Misery machine

A cura di Emanuele Brunetto

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