La serata è aperta dai Kassidy, band scozzese ennesima esponente di quel folk rock che ci sta sonoramente fracassando le palle. I quattro ragazzi però sanno suonare e li ascolto con piacere anche perché ogni tanto la mia mente, vagando qua e là, mi ricorda i 46 euro spesi per il biglietto. Alle 21.12 entra in scena la diva Lana, accompagnata in un palco ricco di palme (chiaro rimando all’artwork dell’album) da band e mini orchestra. La domanda che in tanti si pongono nel mondo della musica è se Lana Del Rey c’è o ci fa. Lana Del Rey è semplicemente entrambe le cose, ma la ragazza dispone di qualità indiscutibili. Il fatto che poi sapendosi vendere bene suoni nei palasport e non in minuscoli club, non costituisce per il sottoscritto una discriminante. Lana Del Rey scrive ottime canzoni (e questo già lo si sapeva ascoltando l’album), ma c’erano parecchi dubbi sulla sua tenuta vocale dal vivo.
I dubbi vengono per fortuna fugati, la ragazza (che in passato aveva steccato clamorosamente in alcune apparizioni TV) canta bene, con una voce che va di pari passo con il suo aspetto fisico, graziosa ed incredibilmente provocante al tempo stesso. Sapersi vendere bene, per l’appunto. Il live ricalca ovviamente il piccolo repertorio di Lana. L’artista statunitense dà il meglio di sé quando è realmente indipendente, ci sono purtroppo alcuni casi nei quali – volendosi immedesimare fin troppo nel personaggio di femme fatale anni ’50 – il prodotto musicale non è all’altezza, come nel caso di Carmen e la nuova Young And Beautiful (colonna sonora del film “The Great Gatsby”). Peccato, anche perché vengono escluse dalla scaletta pezzi come l’originale “Off To The Races” e la meravigliosa “Radio”. Il livello medio è comunque altissimo: canzoni come Born To Die, Blue Jeans e Video Games sono pura poesia e mi ricordano di essere di fronte ad uno dei pochi veri fenomeni musicali usciti fuori in questi anni, capace di intercettare l’animo confuso e combattuto figlio di questi strani tempi che regna in tante persone.
C’è anche spazio per una breve ma intensa cover di Knockin’ On Heaven’s Door, classico di Dylan. Ma il meglio della serata Lana – bella e splendidamente decadente al tempo stesso, come le sue labbra malamente rifatte – ce lo regala quando la sua band spinge l’acceleratore. Non è un caso che Summertime Sadness e Burning Desire – il brano più sessuale degli ultimi 30 anni – siano le canzoni più applaudite di tutta la serata. Accoglienza invece più fredda per Ride, che meritava un trattamento migliore. Questa canzone (mi sbilancio: la più bella del 2012) dopo un lunghissimo e delicato preludio a base di violini che faceva ben sperare, è vittima di una esecuzione troppo soft che non emoziona come su disco. Peccato. Si conclude con National Anthem, dove Lana dimostra che ci fa e che ama – a modo suo – prenderci per il culo: appena terminata la (bella) canzone, la ragazza si concede generosamente ai fan in prima fila con foto ed autografi, mentre la band rimane sul palco dilungandosi in una jam.
Se questo momento finale dello show fosse durato 10 minuti sarebbe stata una trovata piacevole, ma diventa pesante da digerire perché 20-25 minuti (neanche avessimo a che fare con “Comfortably Numb” dei Pink Floyd) sono sinceramente troppi. Ma alla fine sono particolari di una serata positiva, Lana Del Rey è promossa anche se non a pieni voti. Da bocciare invece il servizio di trasporto pubblico: se volete andare al Forum in metropolitana sappiate che dalle 20.00 alle 00.00 la frequenza è (orari ufficiali) di un treno ogni mezz’ora, roba da quinto mondo. Hai voglia poi a disincentivare l’uso dell’auto… Ma questa è – fortunatamente – un’altra storia.
SETLIST: Cola – Body Electric – Blue Jeans – Born to Die – Carmen – Blue Velvet – American – Without You – Knockin’ On Heaven’s Door – Young and Beautiful – Ride – Summertime Sadness – Burning Desire – Video Games – National Anthem